“Non mi hanno mai fatto sentire un caso da trattare ma sempre un uomo da sostenere.”

Flavio, 37 anni.
Tanto sport, tanti amici e una diagnosi errata.



*Nel rispetto delle persone che abbiamo assistito, raccontiamo le loro storie senza mostrare il loro vero volto e nome.

Flavio


Flavio ha 37 anni, una fidanzata storica e tanti amici. Il lavoro lo porta spesso fuori città ma, nel weekend, non c’è stanchezza che lo tenga fermo: gli sport sono la sua passione.

Un intervento eseguito con ritardo però lo ha costretto a fermarsi. Ecco la sua storia.


La storia


È sabato mattina e Flavio si sta preparando per uscire in bicicletta, quando un dolore violento alla gamba lo fa cadere a terra.
Da qualche giorno ha dei fastidi, ma quella scossa fortissima è tutta un’altra cosa. Flavio raggiunge a fatica il cellulare per chiamare Tania, la sua fidanzata. Il dolore è lancinante e fa paura.
Tania riesce a caricarlo in macchina per portarlo al pronto soccorso più vicino. Il viaggio è un incubo: Flavio si contorce sul sedile e, per resistere al dolore, tiene il cappuccio della felpa tra i denti.
In ospedale, Flavio viene subito ricoverato: ernia foramiale, così dice il referto. Ma anziché subire un intervento a Flavio vengono prescritti antidolorifici e ozonoterapia.
Passano 30 giorni, ma per Flavio il dolore non passa.
E così altri farmaci, altra terapia, ma nessun intervento.
Tornato in ospedale Flavio è furioso e fisicamente provato: i medici si decidono ad operarlo.
Subito dopo il risveglio Flavio accusa subito un fastidio alla coscia destra, ma nonostante questo, viene comunque rimandato a casa.
L’incubo sembra continuare.
Accorso di nuovo in ospedale, Flavio viene sottoposto ad una radiofrequenza per ridurre il dolore.
Il sollievo finalmente arriva ma sembra non voglia fermarsi per sempre. Flavio ha sviluppato un disturbo cronico discale: dovrà imparare a convivere col dolore.

L’incontro con la nostra Associazione


Incontriamo Flavio e Tania una mattina d’estate.
Lui inizia subito col dirci che l’anno scorso la sua abbronzatura era invidiabile, quest’anno al mare ancora non c’è stato: “Tra beach volley e kitesurf ero sempre sotto il sole. Dopo l’intervento, faccio cose diverse. Non mi hanno fermato del tutto ma oggi non raggiungo più la cima, guardo un panorama molto più basso e molto meno emozionante. Con il dolore devi imparare a conviverci per forza, non hai alternative. Ma con l’ingiustizia no. Quella vuoi combatterla con tutte le tue forze”.

Il risarcimento


Con Flavio e Tania abbiamo iniziato il percorso verso il risarcimento. Con grande determinazione da parte di tutti, sono state eseguite le perizie del caso e fornita la documentazione necessaria. Abbiamo rifiutato una prima proposta di indennizzo perché ritenuta incongrua alla quotidiana lotta con il dolore affrontata da Flavio. Dopo circa 14 mesi, la compagnia assicuratrice dell’ospedale ha provveduto a formalizzare il risarcimento richiesto.

Leggi le storie di chi ha ottenuto il giusto risarcimento


Esperienza, competenza e umanità: così abbiamo aiutato Roberto e la sua famiglia.

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Con noi Jasmine si è sentita protetta e supportata, come a casa.

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Abbiamo aiutato Giulia ad ottenere il risarcimento che la sua storia meritava.

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Michele era un signore molto distinto, gran lavoratore e dedito alla famiglia. Con sua moglie Francesca, aveva cresciuto due bellissimi figli: Fabio e Andrea, due ragazzi con le spalle larghe e piedi ben piantati per terra, come diceva lui. Proprio loro si sono rivolti alla nostra Associazione. Perché Michele non c’è più. _ Leggi di più >

La storia


È sera, Michele e Francesca sono davanti alla tv, lui sulla poltrona lei sul divano, un’abitudine alla quale non riescono a rinunciare: stare vicini ma ognuno con le sue comodità. La puntata di Montalbano sta quasi per finire quando Michele ha un malore. Francesca chiama subito il 118 che lo porta di corsa al Policlinico più vicino.
Arrivati al pronto soccorso, Michele viene sottoposto a una TAC che evidenzia una grave emorragia celebrale.
I medici decidono di non operare ma di provare a ridurre il liquido attraverso i farmaci. Michele viene sottoposto a una seconda TAC ma le medicine non hanno avuto l’effetto sperato: l’ematoma è cresciuto.
L’intervento a questo punto non può aspettare.
Una volta uscito dalla sala operatoria, le condizioni di Michele sono subito critiche. Una grave difficoltà respiratoria e una brutta febbre lo costringono in terapia intensiva. Stabilizzate le condizioni, Michele viene spostato in neurochirurgia dove esegue un’altra TAC di controllo. Il risultato è l’ennesima doccia fredda: c’è un’infezione batterica in corso. Durante l’intervento l’area chirurgica è stata contaminata.
Le condizioni neurologiche di Michele precipitano ancora. La cura antibiotica è lunga ed estenuante e la febbre persiste con una tenacia che non lascia speranze.
I medici decidono per l’ennesimo intervento, ma l’infezione ha continuato ad agire senza tregua.
Dopo l’operazione, Michele è condotto in rianimazione dove vengono rilevati altri batteri. Per lui non c’è più nulla da fare. Michele muore in ospedale. Era lì da 4 mesi.

L’incontro con la nostra associazione


I figli di Michele e la moglie Francesca vengono a conoscerci in Associazione. Fabio e Andrea sono molto protettivi nei confronti della madre che, con grande dolore, ci racconta la storia che li ha visti protagonisti. “Lui non c’è più, e dopo una vita passata insieme, ancora mi sembra di vederlo sulla sua poltrona. La morte non è mai una cosa bella, ma ci sono morti più brutte di altre. Michele non si meritava di andarsene così. Non puoi entrare in ospedale per salvarti la vita e uscire senza vita per colpa di un’infezione. Io so che mi capite, e infatti siamo qui. Ora ci mettiamo nelle vostre mani”.

Il risarcimento


La storia di Michele è tristemente simile a molte altre, e negli anni la nostra Associazione ha assistito tante famiglie con lo stesso dolore.
La contaminazione dell’area chirurgica è una realtà che non lascia scampo. Ma che va punita.
Abbiamo proceduto come da prassi, con la documentazione e le perizie necessarie.
Fatta richiesta di risarcimento, l’ospedale ha subito riconosciuto le responsabilità. La vertenza si è conclusa con un risarcimento pari a 290.000 euro.

Irene ha 60 anni, è una moglie, una mamma e una nonna sprint, come ama definirsi. Si è rivolta alla nostra Associazione perché operata senza conoscere i rischi del suo intervento. Ecco la sua storia. _ Leggi di più >

La storia


In un’assolata mattina di aprile, Irene sta per togliersi la tiroide. È serena, dopo può solo stare meglio. E poi c’è il sole, che la mette sempre di buon umore. Ma in ospedale, nei giorni precedenti l’intervento, a Irene non parlano né delle conseguenze né chiedono della sua storia medica. Irene non sa che un medico avrebbe dovuto spiegarle le possibili complicazioni dell’operazione, con tanto di firma, e farle delle domande sulla sua salute.
Perché nessuno l’ha informata? Che fine ha fatto il foglio del consenso?
Irene viene sottoposta all’intervento all’oscuro dei rischi.
Appena uscita dalla sala operatoria, Irene sta male. Quei rischi si sono trasformati in realtà. Le corde vocali sono paralizzate e una grave crisi respiratoria la costringono in ospedale per un mese.
È l’inizio di un calvario.
Tornata a casa, le corse al pronto soccorso sono all’ordine del giorno. Così Irene decide di operarsi di nuovo per allargare lo spazio respiratorio e cercare di stare almeno un po’ meglio.
Ma un intervento non basta. E neppure gli altri che seguiranno.
Irene ha un danno irreversibile.
Non c’è nulla da fare se non convivere con questa sofferenza.

L’incontro con la nostra associazione


Irene viene a conoscerci direttamente in Associazione accompagnata dalla sua numerosa famiglia.
“Io che sono sempre stata una donna piena di energia, adesso faccio fatica ad alzarmi dal letto. Non hanno solo sbagliato l’operazione ma anche taciuto sulle possibili conseguenze. Qui in Associazione hanno capito bene come mi sento. Ora pretendo un risarcimento per tutto quello che ho passato e sto passando. Sono stata tradita due volte.”

Il risarcimento


Irene ci ha raccontato i dettagli della sua storia, fornendoci tutti i documenti necessari a procedere. Insieme abbiamo avanzato una prima proposta di risarcimento, ma la somma offerta non ci è sembrata adeguata al danno subito.
Con molta determinazione sia da parte nostra sia della stessa Irene, abbiamo ridotto i tempi d’indennizzo arrivando a una proposta soddisfacente dopo pochi mesi. Tenuto conto delle sofferenze subite e dell’irreversibilità del danno, Irene è stata risarcita con una somma di circa 150 mila euro.

Maurizio aveva 32 anni. Da soli 10 mesi era diventato papà di Federico, che lui chiamava amorevolmente Chicco. Si sono rivolti alla nostra Associazione i genitori e la moglie Ilaria. Perché Maurizio non c’è più. _ Leggi di più >

La storia


È quasi ora di pranzo e Maurizio è a casa. Oggi ha il turno di pomeriggio, così può finalmente mangiare in famiglia. Ilaria è in camera da letto con il piccolo Federico quando sente un grande botto provenire dalla cucina.
Maurizio ha perso i sensi ed è caduto a terra.
La bocca semiaperta e la lingua girata fanno subito pensare a Ilaria a qualcosa di terribile. In preda al panico chiama il 118 che a sirene spigate traporta Maurizio in ospedale con un codice giallo. Sono le 11.49.
Al pronto soccorso però, durante il triage, a Maurizio assegnano un codice verde.
Ma la scheda redatta dal personale del 118 riportava: episodio sincopale con perdita di urine. A chi si trova in queste condizioni non viene assegnato un codice verde. Perché a lui sì?
Maurizio resta in pronto soccorso fino alle 14.40. Nessuno lo visita, nessuno si accerta, nessuno gli domanda.
Maurizio è riverso sulla barella con quell’assurdo codice verde. Durante il cambio turno, il personale medico riesamina tutti i codici assegnati ai pazienti. È solo a questo punto che si accorgono di lui.
Maurizio viene sottoposto a un ecocardiogramma che rileva un infarto in corso. Alle ore 16.00 Maurizio muore.

L’incontro con la nostra associazione


La moglie di Maurizio e i suoi genitori hanno letto della nostra Associazione e decidono di chiamarci. Da subito, quando veniamo in contatto con i familiari e non con i pazienti coinvolti, capiamo che la storia che ascolteremo ci parlerà di un affetto mancato e mettiamo in campo tutta la nostra competenza e umanità nel prendere per mano le famiglie e il loro dolore.
Ilaria ci racconta di quella mattina e di come le ha cambiato la vita: “Nessuno mi ridarà mio marito, così come Federico non riavrà più suo padre. Gli racconterò dell’uomo splendido che è stato e che non avrebbe mai voluto lasciarlo. Ma un errore medico se l’è portato via… Però non voglio dirgli che nessuno ha pagato per quell’errore. Non voglio insegnare a mio figlio che certe cose succedono e basta. Esiste una giustizia.”

Il risarcimento


L’iter che ha portato i familiari di Maurizio verso il risarcimento è stato lungo.
Si chiede alle famiglie di avere forza, perché purtroppo la burocrazia allunga i tempi, anche se facciamo di tutto per non aggiungere al dolore anche l’attesa.
È stato un lavoro che ci ha coinvolti professionalmente ed emotivamente, e alla fine, le colpe sono state riconosciute e risarcite con un indennizzo di circa 900 mila euro. 
Ilaria ci ha detto: “Il risarcimento è una sicurezza per il futuro di mio figlio. Il dolore? Quello resta. Non c’è somma che risarcisca una vita ma la vita deve andare avanti”.

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