"Ho trovato persone che mi hanno spiegato che il diritto alla salute appartiene a tutti, anche quando sei lontano da casa."

Jasmine 32 anni.
La gioia di essere diventata mamma e poi la terribile notizia. Ma non doveva andare così.



*Nel rispetto delle persone che abbiamo assistito, raccontiamo le loro storie senza mostrare il loro vero volto e nome.

Jasmine


Jasmine ha 32 anni ed è nata in Marocco. La sua famiglia d’origine è ancora lì, ma qui in Italia è stata accolta da quella del suo compagno e soprattutto, ne ha creata una sua dando alla luce Viola, una splendida bambina di sette anni.

Si è rivolta alla nostra Associazione per un intervento cui non avrebbe mai dovuto sottoporsi.

Ecco la sua storia.


La storia


Jasmine è molto attenta alla sua salute, soprattutto dopo la nascita di Viola. Da quando è diventata mamma ha più paura possa succederle qualcosa.
Dopo un’ecografia al seno fatta dal suo ginecologo, quelle piccole calcificazioni che teneva già sotto controllo hanno cambiato forma.
Va eseguita una mammografia, non si è mai troppo giovani per la prevenzione.
Il risultato riporta lo stesso cambiamento, nessuna allarmante novità. Per i medici però c’è il sospetto si tratti di un tumore, così decidono di sottoporla a un esame più approfondito.
L’esito per fortuna è negativo ma la loro convinzione è così forte che gli esami proseguono: prima una risonanza magnetica, poi un ago aspirato.
Ma entrambi i risultati sono giudicati incerti.
Convocata in ospedale Jasmine è pronta per l’ennesimo accertamento.
Ma stavolta ad attenderla non c’è nessun esame, i medici vogliono asportare chirurgicamente il tumore.
Ma quale tumore? Non c’è nessuna diagnosi che lo indichi con certezza. Jasmine è sconvolta, spera sia un problema di lingua: non possono aver detto “quella parola”.
Jasmine viene operata al seno e ai linfonodi ascellari, un intervento importante e demolitivo.
Ma solo quando riceve l’esame istologico capisce che per lei i dolori non sono ancora finiti: il referto indica l’assenza di cellule tumorali.
L’intervento non doveva essere eseguito.

L’incontro con la nostra Associazione


Dopo l’operazione Jasmine muove male il braccio si guarda poco allo specchio.
Con rabbia e sfiducia, decide di contattare la nostra Associazione per raccontarci la sua storia: “Quando ho sentito la parola “cancro” pensavo di aver capito male. Ho sperato si trattasse di un problema di lingua, ma io conosco bene l’italiano e in cuor mio sapevo che l’errore non era il mio ma il loro. Se poi i medici ti dicono di fare qualcosa tu la fai, pensi vogliano salvarti la vita, non il contrario. Periplo Familiare ha preso tutta la mia rabbia e l’ha trasformata nell’energia giusta per affrontare tutto questo. Ora voglio giustizia da questo Paese che amo come fosse il mio”.

Il risarcimento


Abbiamo accolto la storia di Jasmine e con lei, abbiamo intrapreso il percorso verso il risarcimento eseguendo tutte le perizie medico legali e i controlli necessari per poi inoltrare la richiesta alla struttura medica che ha eseguito l’intervento. Una prima proposta ci è sembrata incongrua ed è stata rifiutata. Ci siamo impegnati affinché Jasmine ottenesse la somma dovuta e, dopo 18 mesi, ha potuto raggiungere il risarcimento che meritava.
Oggi Jasmine prende meno in braccio la sua bambina, ma è tornata a sorridere.

Leggi le storie di chi ha ottenuto il giusto risarcimento


Abbiamo aiutato Giulia ad ottenere il risarcimento che la sua storia meritava.

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Esperienza, competenza e umanità: così abbiamo aiutato Roberto e la sua famiglia.

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Flavio con noi si è sentito al sicuro. Siamo professionisti ma restiamo persone.

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Michele era un signore molto distinto, gran lavoratore e dedito alla famiglia. Con sua moglie Francesca, aveva cresciuto due bellissimi figli: Fabio e Andrea, due ragazzi con le spalle larghe e piedi ben piantati per terra, come diceva lui. Proprio loro si sono rivolti alla nostra Associazione. Perché Michele non c’è più. _ Leggi di più >

La storia


È sera, Michele e Francesca sono davanti alla tv, lui sulla poltrona lei sul divano, un’abitudine alla quale non riescono a rinunciare: stare vicini ma ognuno con le sue comodità. La puntata di Montalbano sta quasi per finire quando Michele ha un malore. Francesca chiama subito il 118 che lo porta di corsa al Policlinico più vicino.
Arrivati al pronto soccorso, Michele viene sottoposto a una TAC che evidenzia una grave emorragia celebrale.
I medici decidono di non operare ma di provare a ridurre il liquido attraverso i farmaci. Michele viene sottoposto a una seconda TAC ma le medicine non hanno avuto l’effetto sperato: l’ematoma è cresciuto.
L’intervento a questo punto non può aspettare.
Una volta uscito dalla sala operatoria, le condizioni di Michele sono subito critiche. Una grave difficoltà respiratoria e una brutta febbre lo costringono in terapia intensiva. Stabilizzate le condizioni, Michele viene spostato in neurochirurgia dove esegue un’altra TAC di controllo. Il risultato è l’ennesima doccia fredda: c’è un’infezione batterica in corso. Durante l’intervento l’area chirurgica è stata contaminata.
Le condizioni neurologiche di Michele precipitano ancora. La cura antibiotica è lunga ed estenuante e la febbre persiste con una tenacia che non lascia speranze.
I medici decidono per l’ennesimo intervento, ma l’infezione ha continuato ad agire senza tregua.
Dopo l’operazione, Michele è condotto in rianimazione dove vengono rilevati altri batteri. Per lui non c’è più nulla da fare. Michele muore in ospedale. Era lì da 4 mesi.

L’incontro con la nostra associazione


I figli di Michele e la moglie Francesca vengono a conoscerci in Associazione. Fabio e Andrea sono molto protettivi nei confronti della madre che, con grande dolore, ci racconta la storia che li ha visti protagonisti. “Lui non c’è più, e dopo una vita passata insieme, ancora mi sembra di vederlo sulla sua poltrona. La morte non è mai una cosa bella, ma ci sono morti più brutte di altre. Michele non si meritava di andarsene così. Non puoi entrare in ospedale per salvarti la vita e uscire senza vita per colpa di un’infezione. Io so che mi capite, e infatti siamo qui. Ora ci mettiamo nelle vostre mani”.

Il risarcimento


La storia di Michele è tristemente simile a molte altre, e negli anni la nostra Associazione ha assistito tante famiglie con lo stesso dolore.
La contaminazione dell’area chirurgica è una realtà che non lascia scampo. Ma che va punita.
Abbiamo proceduto come da prassi, con la documentazione e le perizie necessarie.
Fatta richiesta di risarcimento, l’ospedale ha subito riconosciuto le responsabilità. La vertenza si è conclusa con un risarcimento pari a 290.000 euro.

Irene ha 60 anni, è una moglie, una mamma e una nonna sprint, come ama definirsi. Si è rivolta alla nostra Associazione perché operata senza conoscere i rischi del suo intervento. Ecco la sua storia. _ Leggi di più >

La storia


In un’assolata mattina di aprile, Irene sta per togliersi la tiroide. È serena, dopo può solo stare meglio. E poi c’è il sole, che la mette sempre di buon umore. Ma in ospedale, nei giorni precedenti l’intervento, a Irene non parlano né delle conseguenze né chiedono della sua storia medica. Irene non sa che un medico avrebbe dovuto spiegarle le possibili complicazioni dell’operazione, con tanto di firma, e farle delle domande sulla sua salute.
Perché nessuno l’ha informata? Che fine ha fatto il foglio del consenso?
Irene viene sottoposta all’intervento all’oscuro dei rischi.
Appena uscita dalla sala operatoria, Irene sta male. Quei rischi si sono trasformati in realtà. Le corde vocali sono paralizzate e una grave crisi respiratoria la costringono in ospedale per un mese.
È l’inizio di un calvario.
Tornata a casa, le corse al pronto soccorso sono all’ordine del giorno. Così Irene decide di operarsi di nuovo per allargare lo spazio respiratorio e cercare di stare almeno un po’ meglio.
Ma un intervento non basta. E neppure gli altri che seguiranno.
Irene ha un danno irreversibile.
Non c’è nulla da fare se non convivere con questa sofferenza.

L’incontro con la nostra associazione


Irene viene a conoscerci direttamente in Associazione accompagnata dalla sua numerosa famiglia.
“Io che sono sempre stata una donna piena di energia, adesso faccio fatica ad alzarmi dal letto. Non hanno solo sbagliato l’operazione ma anche taciuto sulle possibili conseguenze. Qui in Associazione hanno capito bene come mi sento. Ora pretendo un risarcimento per tutto quello che ho passato e sto passando. Sono stata tradita due volte.”

Il risarcimento


Irene ci ha raccontato i dettagli della sua storia, fornendoci tutti i documenti necessari a procedere. Insieme abbiamo avanzato una prima proposta di risarcimento, ma la somma offerta non ci è sembrata adeguata al danno subito.
Con molta determinazione sia da parte nostra sia della stessa Irene, abbiamo ridotto i tempi d’indennizzo arrivando a una proposta soddisfacente dopo pochi mesi. Tenuto conto delle sofferenze subite e dell’irreversibilità del danno, Irene è stata risarcita con una somma di circa 150 mila euro.

Maurizio aveva 32 anni. Da soli 10 mesi era diventato papà di Federico, che lui chiamava amorevolmente Chicco. Si sono rivolti alla nostra Associazione i genitori e la moglie Ilaria. Perché Maurizio non c’è più. _ Leggi di più >

La storia


È quasi ora di pranzo e Maurizio è a casa. Oggi ha il turno di pomeriggio, così può finalmente mangiare in famiglia. Ilaria è in camera da letto con il piccolo Federico quando sente un grande botto provenire dalla cucina.
Maurizio ha perso i sensi ed è caduto a terra.
La bocca semiaperta e la lingua girata fanno subito pensare a Ilaria a qualcosa di terribile. In preda al panico chiama il 118 che a sirene spigate traporta Maurizio in ospedale con un codice giallo. Sono le 11.49.
Al pronto soccorso però, durante il triage, a Maurizio assegnano un codice verde.
Ma la scheda redatta dal personale del 118 riportava: episodio sincopale con perdita di urine. A chi si trova in queste condizioni non viene assegnato un codice verde. Perché a lui sì?
Maurizio resta in pronto soccorso fino alle 14.40. Nessuno lo visita, nessuno si accerta, nessuno gli domanda.
Maurizio è riverso sulla barella con quell’assurdo codice verde. Durante il cambio turno, il personale medico riesamina tutti i codici assegnati ai pazienti. È solo a questo punto che si accorgono di lui.
Maurizio viene sottoposto a un ecocardiogramma che rileva un infarto in corso. Alle ore 16.00 Maurizio muore.

L’incontro con la nostra associazione


La moglie di Maurizio e i suoi genitori hanno letto della nostra Associazione e decidono di chiamarci. Da subito, quando veniamo in contatto con i familiari e non con i pazienti coinvolti, capiamo che la storia che ascolteremo ci parlerà di un affetto mancato e mettiamo in campo tutta la nostra competenza e umanità nel prendere per mano le famiglie e il loro dolore.
Ilaria ci racconta di quella mattina e di come le ha cambiato la vita: “Nessuno mi ridarà mio marito, così come Federico non riavrà più suo padre. Gli racconterò dell’uomo splendido che è stato e che non avrebbe mai voluto lasciarlo. Ma un errore medico se l’è portato via… Però non voglio dirgli che nessuno ha pagato per quell’errore. Non voglio insegnare a mio figlio che certe cose succedono e basta. Esiste una giustizia.”

Il risarcimento


L’iter che ha portato i familiari di Maurizio verso il risarcimento è stato lungo.
Si chiede alle famiglie di avere forza, perché purtroppo la burocrazia allunga i tempi, anche se facciamo di tutto per non aggiungere al dolore anche l’attesa.
È stato un lavoro che ci ha coinvolti professionalmente ed emotivamente, e alla fine, le colpe sono state riconosciute e risarcite con un indennizzo di circa 900 mila euro. 
Ilaria ci ha detto: “Il risarcimento è una sicurezza per il futuro di mio figlio. Il dolore? Quello resta. Non c’è somma che risarcisca una vita ma la vita deve andare avanti”.

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