Pazienti finti per mettere alla prova i medici americani

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Durante l’emergenza coronavirus è aumentata la presenza in corsia di una figura molto particolare: i pazienti attori. Gli ospedali statunitensi li assumono per verificare le competenze e il rispetto verso i malati. 

Finti pazienti, mandati negli ospedali per mettere alla prova la preparazione di medici e infermieri. Veri e propri attori, che simulano diverse patologie, la cui diffusione è aumentata notevolmente negli ospedali degli Stati Uniti durante l’emergenza coronavirus. 

In realtà, non si tratta di una novità, bensì di una figura nata negli anni Settanta per insegnare ai professionisti più giovani come costruire un buon rapporto con i malati e come evitare errori. 

L’idea che c’è dietro è quella di aiutare i futuri medici a essere fin dai primissimi giorni consapevoli delle ingiustizie sociali e delle disparità radicate nella salute e nella sanità, che la pandemia ha portato alla luce. Il ricorso alla simulazione può essere realizzato in accordo con gli studenti di medicina, ma è anche utilizzato a sorpresa per controllare il livello dell’assistenza medica negli ospedali e negli ambulatori privati. A richiederli sono numerosi ospedali, dalla California a New York, dall’Arizona all’Alaska.

 

Ma cosa succede sul “set-corsia”?

La giovane mamma è spaventatissima. Racconta che il suo bambino ha avuto un attacco di tosse dal quale non riusciva a riprendersi, confessa fra le lacrime di essere rimasta paralizzata. Supplica la giovane pediatra di spiegarle come mai l’inalatore non avesse funzionato, cosa può essere successo.

La pediatra sembra anche lei smarrita per qualche secondo, poi prende la situazione in mano e si lancia a fare un fuoco di fila di domande e a elencare una serie di possibili problemi tecnici. 

Ecco: questa è una reazione sbagliata! In questi casi, raccomandano i docenti, la prima reazione del medico deve essere di tranquillizzare la paziente, farle capire che non è sola nella crisi, che nel medico ha un alleato e insieme cercheranno una soluzione.

Solo più tardi, la pediatra scoprirà che la paziente era un’attrice, assunta per addestrare i medici più giovani nei casi più disparati, e che stava ripetendo fedelmente il caso di una reale paziente dell’ospedale.

 

Il loro scopo consiste dunque nel migliorare l’approccio alla malattia ma anche nel comunicare cattive notizie in modo corretto. “Queste sono conversazioni che i pazienti e i loro familiari ricorderanno per tutta la vita” spiega una docente di Medicina ospedaliera alla Chicago University. “E i giovani medici, in genere, commettono l’errore di investirli con una valanga di informazioni tecniche, invece di dare conforto e far capire che non saranno soli nella lotta”.

L’immedesimazione

Il ruolo dei pazienti attori è riconosciuto al punto che a Pasadena, in California, ha aperto anche un’apposita scuola di formazione, con appena 50 studenti ammessi ogni anno. 

I finti malati sono in genere attori, ma non sempre i bandi di assunzione richiedono esperienza sul palcoscenico. I simulatori però devono comunque essere in grado di imparare una sorta di “copione medico” ovvero il curriculum sanitario di un vero paziente che gli corrisponde per età, sesso ed etnia, riuscendo a essere convincenti e spontanei nel presentare i propri problemi. 

Certo, alcune patologie non possono essere “recitate” e solo un ristretto gruppo di finti pazienti accetta anche visite approfondite o di impersonare pazienti con problemi mentali. Costoro sono preparati con un corso speciale, che comporta anche un’assistenza psicologica.

“Impersonare per otto ore un individuo che soffre di depressione o di qualche malattia mentale può essere un lavoro stremante”, dice un’attrice-finta paziente di Chicago. E un suo collega aggiunge: “Studio tutto dei pazienti che devo impersonare, immaginandoli in carne e ossa. Mi dà grande soddisfazione sapere che sto aiutando qualcuno a diventare un medico o un infermiere migliore”.

 

I benefici

Al termine di questa modalità di simulazione, viene svolto un debrienfing mirato, ovvero un momento in cui, completata l’attività, il gruppo con la guida dell’insegnante torna su quello che è accaduto per capire e fissare tutte le dinamiche. I partecipanti sono stimolati a svolgere un’analisi introspettiva dell’esperienza vissuta e hanno la possibilità di ricevere un feedback diretto da parte del paziente simulato riguardo il “vissuto” del paziente stesso e confrontarsi riguardo aspetti clinici e relazionali.

 

E in Italia?

Nonostante siano numerose le evidenze a sostegno dell’efficacia di tale metodologia formativa, in Italia risultano essere ancora pochissime le realtà universitarie in cui si sia introdotta tale modalità di simulazione nei programmi didattici.

Vedremo se in futuro queste lezioni, che sfruttano il contatto e la relazione, aumenteranno a beneficio sia del personale medico sia dei pazienti.

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