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Un supporto computerizzato nel prendere decisioni

L’utilizzo dei Sistemi di supporto decisionale computerizzati (SSDC) possono ridurre gli errori prescrittivi dei medici, potenziale causa di rischio in ambito ospedaliero.

Uno studio clinico condotto in Italia ha rivelato il potenziale dei sistemi di supporto decisionale computerizzati (SSDC) nella riduzione di errori di diagnostica e di prescrizione. 

Questa la principale evidenza mostrata dallo studio finanziato dal Ministero della Salute e dalla Regione Lombardia, che si poneva un interrogativo: è possibile incoraggiare i medici a riconsiderare le loro prescrizioni e decisioni, potenzialmente dannose, tramite un software che li orienti con alert e messaggi-guida? 



Cosa ha rivelato lo studio

I medici che hanno utilizzato il SSDC hanno riportato un tasso significativamente più basso di errori di prescrizione e di diagnosi rispetto al gruppo di controllo, che non aveva accesso al supporto decisionale. Tuttavia, molti, ma non tutti, i potenziali errori che sono stati corretti non hanno avuto esiti diretti sui pazienti. Il risultato non va, però, sottovalutato: le conseguenze di piccoli errori possono causare pesanti conseguenze per i pazienti e generare danni materiali e non, a carico della struttura ospedaliera.

Infatti, come numerosi studi suggeriscono, alcuni di questi errori possono seriamente nuocere ai pazienti e, di conseguenza, anche ai medici che hanno in carico i pazienti e alla struttura ospedaliera, ma gli analisti non sono ancora in grado di distinguere tra i messaggi rilevanti, capaci cioè di prevenire conseguenze gravi o drammatiche ed alert meno importanti. 

Per questo motivo gli SSDC sono strumenti dotati di grande potenziale, ma non ancora efficienti nel discriminare le informazioni ricevute. Avere troppe informazioni, in questo caso, equivale ad averne troppo poche.

Il sistema EBMEDS (Evidence Based Medicine Decision Support), sviluppato dalla Associazione dei Medici Finlandesi, testato per la prima volta nel 2003 negli ospedali finlandesi, è stato progettato per aiutare a tenere traccia delle decisioni mediche, come, ad esempio, prescrizioni di farmaci e test diagnostici. Questa tecnologia è attualmente impiegata in diversi ospedali, allo scopo di ridurre la variabilità delle cure, aumentare la sicurezza per i pazienti e migliorare l’efficacia clinica.

“In questa era digitale, dobbiamo pensare a come supportare i medici nel loro lavoro”, ha riferito Hernan Polo Friz, tra i responsabili dello studio, “nell’ultimo decennio il carico di lavoro clinico è molto aumentato e, quando i medici sono stanchi, possono sbagliare più frequentemente. Le cartelle cliniche elettroniche hanno spianato la strada ad un nuovo approccio alla pratica clinica: i dati dei pazienti non raccontano solo lo stato di salute dei singoli individui; diventano un innesco di suggerimenti che agevolano le diagnosi dei medici e le decisioni in merito al trattamento.”

Ma perché non utilizzare gli SSDD in tutti gli ospedali?

Se i sistemi di supporto informatico alle decisioni sono in grado di migliorare la qualità delle cure e, potenzialmente, ridurre gli errori diagnostici e terapeutici, perché, non utilizzarli in tutti gli ospedali? 

Esistono due principali ostacoli. In primo luogo, sono ancora pochi i medici a proprio agio con gli algoritmi. In secondo luogo, le cartelle cliniche in formato digitale sono ancora abbozzi piuttosto caotici di informazioni, che spesso complicano, anziché agevolare, l’integrazione dei dati ospedalieri e dei sistemi di supporto alle decisioni. 

Questo studio fa vedere quello che forse sarà il futuro in molte strutture. Altri ricercatori avvieranno nuovi casi di studio, utili a migliorare la precisione degli algoritmi per aiutare i medici a rispondere a quesiti clinicamente rilevanti. 


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