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Una mano bionica, un bisturi cibernetico, un chirurgo robot: così si combattono gli errori medici?

Quanti pazienti prima di sottoporsi a un intervento chirurgico, anche di routine, si sono fatti domande sull’effettiva capacità e competenza dell’équipe medica responsabile della loro salute? Moltissimi. 

E, anche ammesso di avere completa fiducia nella professionalità del medico, è legittimo chiedersi: sa chi sono? Conosce la mia storia clinica, il mio stato attuale, il tipo di intervento che dovrà effettuare? 

Nel nostro Paese molti degli errori medici sono dovuti all’incompletezza di informazioni o allo scambio di cartelle cliniche. 

Ma come si fronteggia l’errore umano sia nell’esecuzione degli interventi, sia nella gestione dell’intero processo in termini di sicurezza e tracciabilità? 

Utilizzando ove possibile l’intelligenza artificiale (AI).



 

Oggi in Italia si contano tra le 12.000 e 15.000 procedure di chirurgia robotica annue, di cui oltre 3.000 nella sola regione Toscana. Il nostro Paese si colloca al secondo posto in Europa, dopo la Francia, mentre la leadership spetta agli USA. L’Italia, inoltre, dispone di 96 esemplari del robot chirurgo Da Vinci, ideato nella Silicon Valley e utilizzato per operazioni al cuore e ai polmoni. L’utilizzo di questi robot permette una maggiore precisione e sicurezza nell’intervento e una minore invasività, soprattutto quando si tratta di interventi complessi come quelli a cuore aperto.

Un altro ambito di notevole interesse nell’applicazione dell’automazione in medicina è quello della tracciabilità in ambito clinico. Come faccio a essere sicuro che il laboratorio di una struttura sanitaria abbia effettuato le analisi proprio sul flacone contenente il campione di sangue che mi è stato prelevato? Che garanzia c’è che non si verifichino scambi di provetta o errori, che possono portare alla somministrazione di terapie destinate in realtà a un altro paziente e quindi pericolose per la mia salute?

Si tratta in questo caso di un settore in cui l’automazione ha permesso la creazione di interi laboratori completamente automatizzati per soddisfare le esigenze delle più complesse strutture sanitarie, dal prelievo fino alla elaborazione del report clinico, per bacini di utenza di notevoli dimensioni.

E allora perché non “sostituire” i medici con dei robot e computerizzare tutte le attività sanitarie?

I computer sono nati per eseguire in poco tempo calcoli che all’uomo richiederebbero un’eternità, e quando questo principio viene applicato alla medicina si può tradurre nella differenza tra un paziente ancora in vita e uno no. Il cervello umano dispone di pochi gigabyte di memoria operativa e la componente psicologico/emotiva può giocare negativamente nelle decisioni cliniche. L’intelligenza artificiale aiuta a trovare soluzioni mediche per condizioni rare, attraverso l’accesso da banche dati e reti distribuite con vaste quantità di informazioni disponibili, accelerando il processo diagnostico e riducendo gli errori.

Ecco il caso Watson, il super computer con il camice bianco

L’intelligenza artificiale Watson, nata in casa IBM, è stata in grado di trovare in 10 minuti una possibile terapia per un tumore cerebrale, un compito che un team di esperti ha svolto in 160 ore. Watson, con il suo database di 23 milioni di articoli scientifici, dati sui test clinici e altre informazioni, aiuta i medici nelle corsie di ospedali di tutto il mondo e in campo oncologico vanta il 90% di diagnosi confermate dai medici “umani” nei tumori al seno. 

Quella della macchina è stata però una vittoria solo parziale, perché i medici sono arrivati ad una combinazione di farmaci potenzialmente più efficace rispetto a quella raccomandata da Watson. 

 

La soluzione migliore per il paziente, afferma Robert Darnell, uno degli autori dello studio, è ancora la collaborazione. “Per i medici non è possibile maneggiare la quantità incredibile di dati che ci sono oggi e che crescerà nel futuro. Il tempo è una variabile chiave per il paziente e le intelligenze artificiali ci offrono la possibilità di avere uno strumento progettato per questo. Ma anche la macchina ha dei limiti, ecco perché è necessario lavorare insieme”.

E quindi cosa è meglio per la nostra salute? 

I medici lavorano e ragionano in modi non lineari: in medicina sono richieste creatività e abilità nel problem solving, che algoritmi e robot non avranno mai. E anche l’empatia e la capacità di ascoltare i pazienti, anche se non presenti in tutti i medici e infermieri, sono comunque doti difficilmente raggiungibili da una macchina. 

Ma se l’idea di un chirurgo robot ci spaventa tanto quanto quella di un dottore che commette errori, la soluzione migliore resta “nel mezzo”: ognuno colma i limiti dell’altro. 

Anche se ancora molto c’è da fare.


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