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HIV, anche il silenzio fa male

Di questa infezione non si parla quasi più. 

Ma senza informazione, i farmaci non bastano 

Un bel successo. Così può essere considerata la battaglia contro l’infezione da HIV, una delle storie più felici della medicina contemporanea: nel giro di pochi decenni si è passati dal non conoscere il virus che la causava ad avere farmaci efficaci. Infatti in Occidente non si muore più. Ma il contagio aumenta. E se la medicina fa progressi, la prevenzione invece ha fatto passi indietro. 

Ecco la situazione a oggi di una malattia che ha sconvolto in tutto il mondo.

Ma com’è percepita oggi la malattia?

“Se prendo l’HIV pazienza, non si muore più, no?” Queste sono le parole di Luca, vent’anni. 

Ma non sono soltanto le sue, sono anche quelle di moltissimi giovani dell’universo dei millennials, i nati tra il 1980 e il 2000. La generazione più istruita della storia, quella che conosce l’inglese, che viaggia, quella iperconnessa che trascorre le giornate su Facebook e con lo smartphone sempre a portata di mano, ma che vive malattia non più come una minaccia ma come un’inevitabile sventura, una fatalità. È vero che l’educazione sessuale è molto più diffusa, ma l’HIV sembra appartenere al passato, è oggi una malattia vintage, non è attuale, non fa tendenza né paura. 



Esiste ma non se parla

Negli anni Ottanta del virus si sa davvero poco o niente, si ha paura ma non si sa di cosa; negli anni Novanta i decessi delle star internazionali fanno notizia e accendono dibattiti e iniziative di prevenzione in tutto il mondo; nei Duemila di Aids non si muore più (almeno nei Paesi occidentali), anche se i sieropositivi devono affrontare terapie molto pesanti; nell’ultimo decennio i farmaci diventano sempre più efficaci e meno tossici e, se vengono assunti dalle persone HIV positive, queste possono vivere una vita piena e dignitosa.

Risultato: dell’infezione non si parla più, e si pensa che il problema sia risolto. 

Niente di più sbagliato, in Italia come nel mondo. Da noi il numero delle nuove diagnosi, infatti, non cala e ogni anno circa 4mila persone scoprono di essersi infettate; nel mondo si registrano 2 milioni di nuovi casi all’anno e si stima che circa il 40 per cento dei sieropositivi non sa di esserlo, e quindi continua a diffondere il virus anche inconsapevolmente.

Il numero delle diagnosi non scende

L’Aids non è affatto sconfitto. Pensarlo è un errore di prospettiva tragico.

Secondo i dati forniti dal Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità da dieci anni il numero delle diagnosi non accenna a scendere, e anzi registra un incremento tra le persone omosessuali. La trasmissione dell’HIV avviene quasi sempre per via sessuale e sempre meno per via endovenosa. È allarme rosso soprattutto tra le nuove generazioni che hanno abbassato la guardia, tanto che la maggioranza di quanti scoprono di essere sieropositivi lo fa quando la malattia è già in fase avanzata e quando il virus è stato trasmesso anche ad altri.

È vero, convivere con l’infezione è più semplice. Esistono co-formulazioni di farmaci che consentono un miglioramento della qualità della vita e ci sono test diagnostici che permettono di capire quali medicinali utilizzare, verificandone l’efficacia e prevenendo possibili complicazioni. Ma resta pur sempre un’infezione grave e pesante, che sottopone il corpo a stress e che se diagnosticata molto tardi può provocare un danno al sistema immunitario impossibile da recuperare. E quindi mortale.

Fare prevenzione

Più ancora della terapia non c’è dubbio però che potrebbe la prevenzione.
A San Francisco, dove negli anni Ottanta e Novanta ci fu un’epidemia esplosiva di Aids, la città ha deciso di aderire all’iniziativa di raggiungere entro il 2020 gli obiettivi 90 90 90: il 90 per cento delle persone con HIV diagnosticate, il 90 per cento di queste in terapia e il 90 per cento di quelle in terapia con una riduzione significativa della carica virale. Come? Trattando con le terapie le categorie a rischio, dando informazioni alle comunità di persone più coinvolte, sostenendo l’uso del preservativo, con un approccio integrato per superare lo stigma e la discriminazione che ancora tocca le persone con HIV.

E in Italia? Le istituzioni sono immobili, fossilizzate sugli stessi messaggi da anni. 

A Bologna è stato aperto un locale dove è possibile fare il test per l’HIV in modo rapido e avere i risultati in 20 minuti, ma è l’unica realtà in Italia e non basta.

E se ci ricordiamo ancora delle campagne con Lupo Alberto, nel frattempo sono passati 25 anni, la scienza è andata avanti, i pazienti hanno ottenuto molto, ma la politica appare purtroppo ancora ferma.


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