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Infermieri e medici: agli uni spetta il controllo sulle scelte farmacologiche degli altri

L’infermiere, nel somministrare un farmaco, deve collaborare con il medico e segnalare eventuali anomalie riscontrate, ma il medico deve essere strutturato e non può appartenente ad un altro reparto

L’infermiere che somministra un farmaco e si rende conto che il dosaggio è sbagliato non può eseguire pedissequamente ciò che è stato scritto sulla ricetta, ma deve interpellare il medico. Quest’ultimo tuttavia non può essere uno specializzando, non in possesso di tutte le informazioni necessarie a comprendere e in caso correggere l’errore, ma deve essere un medico strutturato del reparto interessato.



Il fatto 

L’errata somministrazione di un farmaco a una paziente affetta da linfoma in chemioterapia ne aveva provocato la morte. Questo perché durante il ciclo terapeutico era stata somministrata, per errore di trascrittura, una dose di 90 mg di farmaco anziché di 9, in base alla superficie corporea della paziente, già trattata con successo in precedenza con la stessa terapia, ma con le giuste dosi.

 

La sentenza

Secondo la Cassazione, con la sentenza (sentenza 20270/2019), il compito di somministrare i farmaci negli ospedali è affidato agli infermieri, che vi adempiono attenendosi alle prescrizioni scritte fatte dai medici, ma la somministrazione non deve essere un atto meccanico ma collaborativo, che avviene tra medico e infermiere. Anche se quest’ultimo non può intervenire sulle scelte terapeutiche del medico, deve in ogni caso richiamare l’attenzione su errori che sia in grado di notare e deve illustrare i suoi eventuali dubbi sulla pertinenza della terapia.

 

Per la Cassazione l’infermiere ha un ruolo di garanzia nella terapia farmacologica, limitato al confronto con il medico che invece deve scegliere la cura migliore per il paziente.

È obbligo dell’infermiere segnalare eventuali anomalie che egli sia in grado di riscontrare o di eventuali incompatibilità fra farmaci o fra la patologia ed il farmaco da somministrare o fra particolari condizioni (per es. allergie annotate in cartella o a sua conoscenza) e la cura prevista.

 

Poiché l’infermiera che aveva somministrato il farmaco si era confrontata con un medico, ma specializzando, la Cassazione ha affermato che l’infermiere, per sciogliere dei nodi relativi al dosaggio dei farmaci (o ad altri eventuali anomalie), debba confrontarsi solo con medici strutturati e non possa agire con gli altri medici operanti dei reparti, anche se dotati di autonomia di intervento.

 

Il ruolo dell’infermiere

Secondo la sentenza è chiaro che la prescrizione dei farmaci resta al di fuori delle competenze infermieristiche e che il ruolo che compete all’infermiere nella sfera della terapia farmacologica si limita al confronto con il medico cui è demandata la scelta della cura.

Ma si fa esplicito riferimento alla normativa che regola la professione di infermiere: una 

figura che, per le competenze che le sono affidate, assume una specifica e autonoma posizione di garanzia nei confronti del paziente nella salvaguardia della salute, della cura e dell’assistenza. 

 

La chiusura del reparto 

La disorganizzazione, la confusione dei compiti, la mancanza di controllo dell’opera degli specializzandi e in generale dei medici operanti nel reparto, ma ancor di più la copiatura delle prescrizioni agli studenti di medicina, ignari del significato delle indicazioni trascritte, e l’assenza di controlli successivi destinati a elidere gli eventuali errori, hanno avuto una grande incidenza sul fatto, tanto che, si è provveduto alla chiusura del reparto di oncologia.

Ma la sentenza riconosce che un simile stato di cose influenzò la commissione dei reati, ma non considera che proprio questa disorganizzazione ha gravato in concreto, riconoscendo invece solo le condotte individuali.


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