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La solitudine fa male e può anche uccidere.

Sembra non riguardare la salute, invece la solitudine è un grave fattore di rischio, sia per gli anziani sia per i giovani. 

Può la solitudine essere una malattia che uccide? Sì, e non solo metaforicamente. 

La solitudine è una patologia a tutti gli effetti che non riguarda solo gli anziani ma che investe, con forme e ricadute diverse, anche i giovani e il loro universo di riferimento.
 
Da uno studio condotto dall’Associazione di psicologi americani emerge che la solitudine e l’isolamento uccidono più dell’obesità. Le persone sole hanno un rischio supplementare di decesso del 50% in più rispetto a chi ha buone relazioni sociali. Non solo, isolamento e solitudine fanno male soprattutto al cuore. Chi si isola o vive da solo ha più probabilità di soffrire di patologie cardiovascolari, infarto o ictus rispetto a chi ha legami stabili e duraturi. 



Ma come agisce?

L’isolamento sociale rende più vulnerabile il nostro corpo e lo conduce alla malattia. 

L’individuo senza relazioni sociali vivrebbe in una sorta di allerta permanente, uno stato fisiologico utile a preparare un’eventuale “fuga” in assenza di compagni che possano dare l’allarme, ma che diventa a lungo andare una condizione di stress per l’organismo. 

Cosa può fare la sanità?

Viviamo in un momento in cui la solitudine è più presente e gli operatori sanitari devono tenerne conto in termini operativi. 

I medici dovrebbero considerare il livello di connettività sociale dei propri pazienti durante le visite: fare domande sul tipo di supporto sociale che ricevono fornirebbe, infatti, importanti indicazioni sulla probabilità di avere cattive conseguenze sulla salute. Quindi informarsi sulla presenza di compagni, coniugi, familiari e amici, ma anche indagare sul “sentimento della solitudine”, perché possono esserci persone che vivono sole senza sentirsi tali, mentre altre che convivono si sentono isolate.

Queste buone pratiche dovrebbero riguardare tutto il personale medico-sanitario, non solo quello di base, e diventare necessarie per i soggetti più a rischio.

Anziani e adolescenti

Occorre lavorare sull’assistenza domiciliare degli anziani e sulla tutela giuridica e il riconoscimento dei Caregiver, ovvero dei familiari che aiutano quotidianamente un parente.

Dovrebbero essere intensificati i controlli sullo “livello di solitudine” degli anziani presso le case di cura, spesso luogo di forte isolamento nonostante la vita di collettività.

Ma per gli adolescenti? In una società in cui vivono la costante connessione con gli altri attraverso i social network, la solitudine è diventata un rischio importante per la loro salute.

I social infatti precludono la possibilità di sperimentare relazioni/contatti veri fuori dalla realtà virtuale e quindi aumentano i rischi di isolamento e distanza sociale.

Il problema della solitudine tra gli adolescenti è grave quanto quello tra gli anziani, ed è pari a quello dell’obesità infantile di cui magari si parla molto più spesso. Istituzioni e sistema sanitario dovrebbero impegnarsi in tal senso promuovendo attività e iniziative di informazione e prevenzione o prevendo figure di sostegno psicologico in ambito scolastico/educativo.

Una proposta per chi va in pensione

Dal momento che molti dei legami della nostra vita hanno a che fare con il mondo del lavoro, quando lo abbandoniamo siamo a maggior rischio di sentirci isolati.

E se per i bambini che a giugno finiscono la scuola c’è una vastissima offerta di centri estivi pensati per intrattenerli e farli stare in compagnia, in attesa delle vacanze con la famiglia, molto più scarsa è l’offerta per gli anziani giunti al termine della loro carriera lavorativa. 

Iniziative di questo tipo avrebbero come risultato non solo quello di creare o intensificare le possibilità di socializzazione ma anche un notevole risparmio in termini di spese sanitarie. 

Forse sarebbe il caso di cominciare a investire in questa direzione.


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