Medici di famiglia e farmacisti morti di Covid-19: nessun risarcimento.

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Per le assicurazioni: l’infezione da Coronavirus non può essere giudicata un infortunio sul lavoro.

 

Le famiglie delle 171 vittime tra i camici bianchi e dei 14 farmacisti che sono morti durante la pandemia, al momento non hanno visto riconosciuto nessun indennizzo per la perdita dei loro cari.

E così i medici di medicina generale, quella trincea travolta dal coronavirus e lasciata senza protezioni a curare i pazienti, ricevono l’ennesimo schiaffo. Infatti, a differenza del personale sanitario che lavora presso un ospedale pubblico o privato e al quale l’Inail riconosce l’aver contratto il Covid-19 come infortunio sul lavoro, le polizze stipulate dai medici di base o farmacisti o sanitari libero professionisti non operano allo stesso modo. 

Queste categorie di lavoratori, il cui rapporto con il servizio sanitario nazionale è gestito tramite convenzione, versano a inizio anno tra i 1.000 e i 2.000 euro per vedersi riconosciuta una protezione. Ma le assicurazioni si stanno rifiutando di dare gli indennizzi per il Covid-19 a meno che il medico non abbia sottoscritto una polizza anche contro “la malattia”. Una circostanza, quest’ultima, molto rara visto che le malattie sono coperte dalla sanità pubblica e nella maggior parte dei casi non è ritenuta necessaria un’ulteriore copertura.

Le categorie

Un medico, un dentista, un farmacista o un tecnico sanitario (infermieri, terapisti, radiologi ecc.) che lavorano con regolare contratto in una struttura sanitaria pubblica o privata e che si sono ammalati o si ammalano, speriamo non più, dopo essere stati contagiati da un paziente, possono contare sulla copertura assicurativa dell’Inail che considera ciò che è accaduto loro un infortunio sul lavoro. Di conseguenza, hanno diritto a un indennizzo se riportano un’invalidità permanente che, in caso di morte, viene versato ai familiari. I medici di medicina generale svolgono un servizio pubblico in convenzione con il Servizio sanitario che li paga, ad esempio, per visitare i pazienti. Non possono rifiutarsi e se vengono contagiati è obiettivamente difficile non pensare a un infortunio, ovviamente sul lavoro. Lo stesso vale per i farmacisti, per i dentisti e per tutti gli altri operatori sanitari che hanno un’attività libero-professionale che li pone a contatto con il pubblico.

Una questione interpretativa

C’erano orientamenti opposti tra mondo assicurativo pubblico e mondo assicurativo privato già prima della pandemia. Ma dal punto di vista tecnico-giuridico non c’è alcuna differenza tra il sistema assicurativo pubblico e quello privato sull’interpretazione dell’infezione come infortunio. Una lettura sulla quale le assicurazioni private non sembrano concordare, difatti hanno sempre escluso tutte le malattie infettive dall’indennizzo, a meno che non siano collegate direttamente a una lesione subita in precedenza. 

La testimonianza della moglie di una vittima

«Mio marito è morto sul lavoro, per niente!». 

Lui è Giandomenico Iannucci, medico di famiglia di 64 anni a Scarperia nel Mugello, ucciso il 2 aprile dal coronavirus contratto assistendo i suoi pazienti. 

Cosa è accaduto? «Agli inizi di marzo Giandomenico non stava bene. Ha chiamato la Asl chiedendo il tampone. Gli hanno chiesto se avesse avuto contatti con pazienti Covid-19 e lui ha risposto di aver lavorato in ambulatorio e in una casa di cura per anziani».
Quindi? «Niente tampone, gli hanno detto di aspettare. Ma la sindrome è andata avanti: il 16 marzo respirava male. Se lo sono portato via in ambulanza e non l’ho più rivisto. Il 2 di aprile è morto».
Cosa intende fare? «Sto valutando un’azione legale contro la Asl per il tampone e perché a mio marito sono stati forniti i dispositivi di protezione troppo tardi. Anche io sono stata contagiata. Ho superato la malattia dopo due mesi».
Chiederà un risarcimento? «Non c’è somma che possa risarcire me e mia figlia Ginevra. Come medico di base, mio marito non era tutelato dall’Inail, l’unica cosa è fare causa all’Asl».
Era anche assicurato privatamente? «Aveva sottoscritto una polizza, ma mi hanno già comunicato che per loro non si tratta di un infortunio perché manca la causa violenta, esterna e improvvisa. Io sono liquidatore assicurativo e per me è proprio un infortunio sul lavoro perché l’introduzione del virus nel suo corpo è una causa violenta. So che non sarà facile, ci vorrebbe qualcosa».
Ad esempio? «La volontà. Le compagnie di assicurazione sono state tre mesi ferme senza pagare un euro perché con il lockdown non ci sono stati sinistri, ma i premi li hanno incassati lo stesso. Potrebbero anche fare qualcosa nei confronti dei loro assicurati morti sul lavoro a causa del coronavirus. Ora non abbiamo più nulla».

Le assicurazioni non pagano, l’Inail non può. Esistono quindi medici di serie A e medici di serie B? Grandi eroi con tutele per infortunio ed eroi minori vittime senza diritti e indennizzi, morti per assistere i loro pazienti e per svolgere il loro lavoro nel momento di emergenza sanitaria più drammatico mai affrontato dal nostro Paese. Per loro non si è fatto nulla e ora si andrà a una lunga stagione di ricorsi ai tribunali, affinché almeno sia fatta giustizia.

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