Morire di parto in ospedale: responsabilità medica e tutela dell’intera famiglia

Quali sono gli errori medici che possono portare una donna a morire di parto?

La nascita di un bambino dovrebbe essere sempre un momento di gioia, ma cosa accade quando questo evento si trasforma in una tragedia? È ancora possibile morire di parto in ospedale?

Sebbene si verifichi raramente, ancora oggi può accadere che la mamma perda la vita in sala parto o nelle ore successive alla nascita del bambino.

In casi simili, il dolore dei familiari si accompagna al bisogno di fare chiarezza e avere risposte certe: la causa è stata una complicanza inevitabile oppure si è trattato di un errore medico?

Il parto può presentare emergenze improvvise e molto gravi. Tuttavia, ci sono casi in cui la morte della madre può essere collegata a ritardi, omissioni, mancato monitoraggio o scelte cliniche non adeguate.

Per accertare una eventuale responsabilità medica è necessario ricostruire con attenzione ogni fase dell’assistenza ricevuta. Bisogna capire cosa è accaduto durante il travaglio, al momento del parto e nel post-parto. Solo così è possibile valutare se l’ospedale e i professionisti coinvolti abbiano agito correttamente. 

Morire di parto in Italia: quali sono i possibili errori medici?

Gli errori medici più rilevanti che possono portare una donna a morire di parto riguardano spesso il mancato riconoscimento dei segnali di rischio. Durante il travaglio e nelle ore successive al parto, infatti, alcuni sintomi devono essere valutati con estrema attenzione.

Tra le condotte che possono assumere rilievo rientrano, ad esempio:

  • mancato controllo dei parametri vitali della madre;
  • ritardo nel diagnosticare un’emorragia o un’infezione;
  • sottovalutazione di dolore, pallore, tachicardia o calo della pressione;
  • mancata attivazione dell’équipe di emergenza;
  • ritardo nel ricorrere al taglio cesareo, quando necessario;
  • gestione non corretta del post partum;
  • comunicazione carente tra sala parto, reparto, anestesia e chirurgia.

Un caso particolarmente delicato è quello in cui una donna arriva a morire di parto per emorragia. L’emorragia ostetrica è un’emergenza che richiede interventi immediati. Se il sanguinamento non viene riconosciuto in tempo, oppure se la paziente non viene monitorata dopo la nascita del bambino, il ritardo può avere conseguenze irreversibili. 

Quali sono gli obblighi assistenziali della struttura sanitaria?

Non è solo il singolo medico a poter essere chiamato a rispondere, ma anche la struttura sanitaria, che ha obblighi assistenziali precisi nei confronti della partoriente e del nascituro.

Per accertare la responsabilità medica, il punto di riferimento normativo è la Legge n. 24/2017, meglio nota come Legge Gelli-Bianco. In base a quanto disposto da questa norma, la struttura sanitaria, pubblica o privata, risponde dei danni causati dalle condotte dolose o colpose dei professionisti di cui si avvale. In altre parole, l’ospedale non può limitarsi a dire che l’errore è stato commesso da un singolo operatore, se quel danno è maturato dentro il percorso assistenziale gestito dalla struttura.

La stessa legge richiama anche l’importanza delle linee guida e delle buone pratiche clinico-assistenziali. Questo aspetto è centrale nei casi di parto, perché le emergenze ostetriche devono essere gestite secondo procedure chiare e condivise.

La struttura deve quindi assicurare, tra le altre cose:

  • presenza di personale qualificato;
  • disponibilità degli specialisti necessari;
  • corretta sorveglianza della madre durante e dopo il parto;
  • compilazione completa della cartella clinica;
  • gestione tempestiva delle emergenze;
  • comunicazione efficace tra i professionisti coinvolti;
  • disponibilità di strumenti, sangue, sala operatoria e supporto anestesiologico quando servono. 

Cosa dice la giurisprudenza sulla morte dopo il parto?

La giurisprudenza ha affrontato casi di morte materna collegati alla gestione del parto e del post partum. Un riferimento importante è la sentenza della Corte di Cassazione n. 13375/2024, relativa al decesso di una donna dopo un taglio cesareo, a causa dell’evoluzione di un’emorragia post partum da atonia uterina.

I giudici hanno individuato la causa della morte nella carenza di monitoraggio della madre nelle ore successive al parto. Secondo quanto emerso nel procedimento, alcuni controlli avrebbero infatti potuto consentire una diagnosi più precoce dell’emorragia.

La Cassazione ha ribadito un principio importante: la fase successiva al parto non può essere considerata un momento secondario dell’assistenza. Al contrario, il post partum richiede controlli attenti, soprattutto quando la paziente presenta fattori di rischio.

Quando l’evento è prevedibile o gestibile con controlli adeguati, il mancato monitoraggio può assumere rilievo sul piano della responsabilità medica. 

Morire di parto: quali sono i danni risarcibili?

Quando viene accertato che la morte per parto è collegata a un errore medico, i familiari possono chiedere il risarcimento dei danni subiti.

I danni non patrimoniali riguardano le conseguenze personali, affettive e psicofisiche provocate dalla perdita. In questa categoria possono rientrare:

  • danno da perdita del rapporto parentale, per la perdita di una persona cara e lo sconvolgimento della vita familiare;
  • danno morale, legato alla sofferenza interiore causata dal lutto;
  • danno esistenziale, quando la morte incide in modo profondo sulle abitudini, sugli equilibri e sui progetti di vita dei familiari;
  • danno biologico dei familiari, se il dolore per la perdita provoca una compromissione della salute psicofisica accertabile dal punto di vista medico-legale;
  • danno biologico terminale della vittima, se la madre è sopravvissuta per un tempo apprezzabile tra l’aggravamento delle condizioni e il decesso;
  • danno da sofferenza terminale o da lucida agonia, se la madre ha avuto consapevolezza della gravità delle proprie condizioni e dell’avvicinarsi della morte.

I danni patrimoniali, invece, riguardano le conseguenze economiche correlate al decesso. Possono comprendere:

  • la perdita del contributo economico che la donna dava alla famiglia;
  • la perdita del contributo domestico, educativo e di cura, soprattutto in presenza di figli;
  • le spese funerarie;
  • le spese mediche, psicologiche, assistenziali o di consulenza sostenute a causa dell’evento;
  • ogni altra perdita economica documentabile collegata al decesso.

Questa distinzione è importante perché il risarcimento non viene riconosciuto in modo automatico. Occorre dimostrare sia il collegamento tra errore sanitario e morte della madre, sia le conseguenze concrete che quella perdita ha prodotto nella vita dei familiari.

Vorresti fare chiarezza sulla morte per parto di tua moglie, di tua figlia o di tua sorella?

Per ricostruire l’accaduto e avanzare una domanda di risarcimento danni dovrai rivolgerti a un medico legale e a un avvocato specializzato in casi di malasanità.

Se non sai a chi rivolgerti, noi di Periplo Familiare possiamo aiutarti: siamo la prima associazione per vittime di malasanità in Italia, da oltre 25 anni sosteniamo le vittime di errori medici assistendole legalmente e supportandole moralmente.

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